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La Calia e Simenza: il passatempo preferito dei siciliani.

Il Magazine sul Made in Sicily
Pubblicato da Francesca Ur. in Street Food Sicilia · 5 Agosto 2020
Quale siciliano non ha mai assaggiato almeno una volta Calia e Simenza? Parliamo della frutta secca e tostata che tipicamente si trova in apposite bancarelle spesso sul lungomare di qualche località turistica ma soprattutto a ogni festa o fiera della Sicilia.
Salata e croccante, responsabile del gusto e della preparazione di calia e simenza è il “Siminzaru” o “Caliaru, che rallegra e caratterizza ogni festa siciliana. Nella gastronomia di strada, u Siminzaru, non manca mai e con la sua bancarella coloratissima e decorata con le pitture dei carretti siciliani, e quindi di santi e paladini, diventa uno dei punti di ritrovo del popolo siciliano.

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Altro elemento che chiude il trittico è il “coppo” ossia il tipico cono di carta spessa con cui il siminzaru impacchetta la calia porgendola al cliente. Uno scrigno di tesori e profumi!
Non esiste in Sicilia festa patronale grande o piccina, estiva o invernale, orientale od occidentale che possa fare a meno del Siminzaru e della sua calia e simenza.
Il “coppo” contiene un insieme di legumi, sementi e frutta secca, cotti o essiccati secondo una tradizione antichissima.  Immancabili sono i ceci caliati, cioè la Calia vera e propria, i semi di zucca, i quali vengono leggermente tostati e salati, la Simenza appunto. Ma nel coppo da Calia, troviamo anche le arachidi essiccate, dette in siciliano “Calacausi”.

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Con questo terzetto immancabile, possiamo anche trovare, pistacchi, fave o castagne secche, noccioline e mandorle tostate, o una vera delizia come i Cannellini, piccole caramelle di zucchero colorato con un’anima di cannella. Questo per non smentire mai il contrasto tra dolce e saltato tanto amato dai siciliani.



La storia della calia e semenza è una tradizione che si perde nella notte dei tempi. La tecnica della caliatura, (in siciliano caliare significa tostare) è probabilmente di origine araba, da cui anche l’origine del nome, dall’arabo haliah.
Con l’appellativo “Caliaru” (italianizzato in “caliaro”) s’intende chi lavora e vende la “calia” ovvero i ceci. Non si tratta ovviamente di ceci qualsiasi: la qualità è data da una tipologia molto antica di questo legume caratterizzata dalle dimensioni piccole spesso proveniente da Enna e Siracusa.
La caliatura si fa in tutto il territorio siciliano, ma di rinomanza ha quella prodotta nel comune di Naso, sui monti Nebrodi, realizzata anche con l’ausilio di un macchinario appositamente inventato dai “Caliari” nasensi ma soprattutto, dove il mestiere risale ai primi anni del Novecento e intere famiglie portano avanti la tradizione di padre in figlio ancora tutt’oggi.



Anche per i semi di zucca l’essiccazione è di origine contadina ed era in principio finalizzata alla conservazione per la successiva semina. Poi, furono scoperti anche come alimento con l’aggiunta di sale.
Fino agli anni 70/80 per le strade di Palermo era possibile vedere la preparazione della salatura al sole fatta direttamente sull’asfalto. La cosa, oggi, fa sicuramente storcere il naso per un’ovvia questione igienico-sanitaria, ma lo spettacolo a cui si assisteva con intere strade invase da lunghe strisce di semi bianchi stesi al sole era un vero spettacolo rappresentativo di antiche tradizioni popolari.
Anticamente si vendeva nei teatrini di periferia e poi nei cinema dei rioni: il venditore, con a tracolla una capace borsa piena di merce, negli intervalli, passava tra gli spettatori e con cadenza sistematica gridava: “Calia, Calacausi e Simenza”.
Il termine Calacausi, in dialetto siciliano, “abbassa pantaloni” indica “le arachidi”, chiamate anche noccioline americane. Dal momento che, a quanto pare, provochino il bisogno di andare in gabinetto, non si trovò di meglio che attribuire a questo prodotto giunto in Sicilia dal Nord America, che la parola “Cala-causi”, la quale ricorda il gesto appunto per andare a fare i propri bisogni corporali.
La tecnica di degustazione di calia e semenza è sopraffina e ogni siciliano che si rispetti la applica senza difficoltà. Se il chicco di cece tostato, calia, può essere mangiato semplicemente mettendolo in bocca, il seme di zucca invece deve essere aperto per poter gustare la parte edibile al suo interno.



Per cui il buon siciliano tiene il seme ben saldo usando indice e pollice ed incide lateralmente con i denti la breve sporgenza che caratterizza tutti i semi di zucca senza fare troppa pressione e continua fino a metà seme, degustando già quell’aroma salato tipico dei chicchi ricoperti di sale grosso. Il risultato sarà quello di un seme di zucca semi-aperto da cui sarà possibile prelevarne il suo interno che verrà normalmente degustato.
Per tutti i turisti, estivi e non, la calia e semenza è una caratteristica della sicilianità tutta da scoprire al pari di un monumento!




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